Collettivo Holzwege.

abbiamo fatto il possibile per non farlo sembrare un comunicato delle br. vogliate se non altro apprezzare i nostri sforzi.

giovedì, settembre 22, 2005

Authentic celestial music

Dirty three - Ocean songs: un lento motivo accompagna questo disco. Sin da quando inizia "Sirena", una carezza vellutata, come il rumore delle onde dell'oceano, ti permea. Se il post-rock ha un senso, esso sta tutto nell'ora e sei minuti di piccoli affreschi che gli "sporchi tre" sanno tessere. Non è la tecnica, l'essenza di questa musica: essa è anzi bandita, forti come sono, i nostri, di un repertorio emozionale che sa spaziare tra i registri più vari: la musica classica, il rock, l'orchestristica da camera. E, più che a vigorose schitarrate, le note pur elettriche degli australiani, rimandano proprio ad un'orchestra da camera: sarà il violino sporco, saranno gli arrangiamenti che rendono gli strumenti molto coesi tra loro, perfettamente intrecciati.
Ed a guardar bene, è proprio in quella miscela geniale di strumenti "classici" e moderni la genialità di questo progetto musicale. La genialità, ovviamente, perchè la peculiarità, che lo rende unico, non sta e non può stare nelle strette gabbie della tecnica realizzativa: quest'album è semplicemente meraviglioso e lo è per com'è concepito: un opera dedicata all'oceano ed ad esso consacrata. Ed a null'altro che all'oceano può far pensare: come quella volta che, messa su Backwards Voyager senza che ovviamente lui sapesse di cosa si trattasse, chiesi a mio padre cosa gli faceva venire in mente. "Il mare" fu la risposta. Ed è il mare che ti accarezza, ti coccola, ti consola, quest'album che non ha necessità di parlare per comunicare: cosa di certo non singolare per un genere, il post-rock, che non ha generalmente bisogno di parole. Ma qui siamo oltre i rigidi schemi da rivista musicale, da catalogo delle vendite. Qui abbiamo a che fare con qualcosa che trascende lo stesso concetto di disco. Qui siamo in contatto con l'arte, con le anime, con forza espressiva allo stato puro. Musica "per organi caldi", maturata tra le pieghe dello spirito, non in un attico al 300esimo piano del palazzo di una casa discografica, ma fatta da tre musicisti, da tre artisti, chitarra batteria violino alla mano, che hanno regalato al mondo un sogno che profuma di salsedine e pulsa, dall'inizio alla fine, della forza primigenia dell'abisso blu.
Mozione avanzata dall'onorevole SleepingCreep alle ore 8:31 PM. Se ne immischiano in 1.

sabato, settembre 17, 2005

"Hai più culo che anima..."

Monty Python's Life of Brian: Che i Monty Pythons siano tra i migliori interpreti della comicità inglese, mi era apparso già qualche tempo fa, allorchè ebbi l'occasione di vedere quello che viene celebrato come loro capolavoro: l'assurdo ed esilarante Meaning of Life. A differenza di quel titolo, Life of Brian presenta una veste molto più organica e "da film serio" dell'altro lavoro: dove Meaning of life era fatto a sketch per lo più basati su canzoncine buffe, ognuna delle quali con un suo corollario di situazioni comiche e citazioni pseudo-filosofiche (ma fino a che punto "pseudo-"?), questo titolo è strutturato proprio come un qualsiasi film in stile Il re dei re e mantiene una sua coerenza di fondo (a parte qualche scena).
La storia è molto semplice: Brian nasce a Nazareth, nella grotta a fianco a quella di Gesù; talmente vicina che i re Magi si sbagliano e finiscono col dare i famosi oro incenso e mirra alla madre di Brian, salvo poi accorgersi dell'errore e riprenderseli con la forza. Brian cresce in una Gerusalemme soggiogata dai romani, e per vivere (tralaltro in casa con sua madre) vende succulenti stuzzichini (milze di tasso, cervelli di passero fritti...) lungo le gradinate di un inspiegabile Colosseo di Gerusalemme. Su queste gradinate incontra il Fronte di Liberazione Popolare, un esilarante gruppo rivoluzionari che si esprime come certi pseudo-attivisti di estrema sinistra durante le loro riunioni (/me si allontana fischiettando). Reclutato da costoro, Brian, il cui odio verso i romani è enorme, decide di prestarsi a tutte le azioni terroristiche possibili. Durante una di queste, il suo gruppo e quello dell'odiato Fronte di Liberazione del Popolo, si scontrano perchè hanno lo stesso obiettivo, si uccidono a vicenda, e unico sopravvissuto, Brian viene gettato in cella, dalla quale riuscirà ad evadere dopo una improbabilissima fuga.
Dopo una serie di mirabolanti peripezie, Brian verrà scambiato per il messia, fino ad un finale a sorpresa.
Dal punto di vista tecnico il film è girato mirabilmente: non ci sono scollature nella trama, le battute sono sempre sagacissime e quanto di idiota c'è non fa che guadagnare punti al film. Oltre ad essere divertente, il film è una mirabile ed apprezzabile parodia di un genere che, in quegli anni (siamo nel 1979) andava per la maggiore. Da notare che questo è l'unico vero e proprio film del gruppo di comici inglesi. Nonostante il feroce pessimismo del finale (tralaltro era già evidente in altre scene ed in tutti i lavori del gruppo di comici), o proprio in virtù di esso, Brian di Nazareth risulta essere una ottima sintesi tra comicità e riflessione. Le musiche sono realmente degne di un kolossal biblico e per esse i Python si sono rivolti a veri professionisti del genere.
In definitiva, questo film va visto: da soli o in compagnia, basta che lo guardiate, merita tutta l'ora e mezza di attenzione che dovrete donargli. Guardatelo e mi ringrazierete.
Mozione avanzata dall'onorevole SleepingCreep alle ore 2:48 PM. Se ne immischiano in 1.

venerdì, settembre 16, 2005

"Mi piace se ti muovi..."

Madagascar: Entro al cinema, è giovedì sera, il prezzo è ridotto, c'è anche la mia ragazza. Strano a dirsi, non ho pregiudizi su questo film: era già deciso che si vedesse, dunque sono più o meno rassegnato all'idea di vederlo e dunque non vengo assalito dai pregiudizi. So che è stato realizzato dagli stessi di Shrek, dunque - penso - proprio una merda non può essere. A dispetto del fatto che è un cartone animato "per i piccoli" (non come Shrek che in sostanza era un film non squisitamente per bambini) la sala è piena di gente: sarà che si è sdoganato (finalmente) un genere tradizionalmente relegato ad una fascia di età non superiore ai 15 anni?
Comunque sia, il film parte e dopo 40 secondi ti rendi conto che la storia è vergognosamente semplice: un gruppo di animali psicotici dello zoo di Central Park, vive la sua vita in perfetta omologazione al sistema dei sapiens. Anzi, più che omologazione, a loro quella vita piace. Ma non a tutti: tra scimmie che leggono il giornale bevendo caffè ed uno zoo che sembra la versione animale di New York, Martin, la zebra, non si sente proprio a suo agio: sogna la libertà, vuole tornare negli spazi aperti della natura, ma gli altri suoi amici (il leone megalomane Alex, l'ippopotama "tutto-so-io" Gloria, la giraffa iper-ipocondriaca Melman) proprio non ci tengono. Unici a progettare la fuga, come lui, sono i pinguini (e fidatevi, sono i migliori in assoluto, organizzati come una squadra S.W.A.T.!!!) ed è da loro che Martin prende l'idea di scappare (ma all'inizio lui vuole andare solo emigrare in un altro Stato). Gli altri tre amici, accortisi della sua scomparsa, gli corrono dietro e lo raggiungono (dopo un esilarante viaggio in metro) alla New York Central Station dove loro malgrado vengono raggiunti dalla polizia e dalla protezione animali e sedati. Si svegliano chiusi in delle casse, su una nave: gli animalisti hanno insistito perchè venissero liberati, e quindi sono diretti in Kenya. Mentre i quattro si azzuffano per darsi la colpa degli avvenimenti, i pinguini si rendono conto che la destinazione non è la tanto agognata Antartide ("qua la cosa non quaglia") e decidono di sabotare la nave. A causa di questo sabotaggio, le quattro casse dei Nostri, vengono sballottate e finiscono in mare.
Al loro risveglio gli animali si ritroveranno in un luogo sconosciuto (loro pensano allo zoo di San Diego, ma è in realtà il Madagascar) e vivono attimi di panico nel rendersi conto che sono in mezzo alla natura. Di lì a poco incontreranno i lemuri che organizzano dei rave colossali in cui canticchiano canzoncine allusive ("mi piaci se ti muovi/ mi piace quel che muovi..."), ma vivono nel costante terrore dei predatori che li fanno scappare a gambe levate. Per una fortunata coincidenza, Alex spaventa questi predatori e dunque i quattro si guadagnano la fiducia e la gratitudine dei Lemuri. Da qui in avanti Alex non mangerà neanche un boccone e quindi la sua indole di predatore comincerà a venire fuori (gli si arriccia pure la criniera, prima cotonata), questo ovviamente lo porterà ad avere non pochi problemi con i suoi amici.
Senza anticiparvi un tralaltro scontato finale, posso solo dire che questo prodotto è di media qualità. Certo ci sono gustosissime gags e, differentemente da altri cartoni animati comici recenti, non è ipercitazionista (le citazioni si limitano a 2). Il problema è che la trama presenta un concept datatissimo, i personaggi sono caratterizzati che peggio non si può (a parte i pinguini) ed alla fine non ti rimangono che scene. É la comicità da caduta per le scale, in sostanza, con generose iniezioni di non-sense, ma senza le sferzanti battute di altri titoli molto più gustosi. Se il compito della comicità (o comunque del cinema leggero) è quello di farti passare una serata piacevole, allora questo riesce in pieno a soddisfare le richieste del pubblico, ma io non vado certo al cinema per questo. Ci sono film che ho visto una volta qualche anno fa, che mi fanno ridere per ore ancora adesso, a ripensarci. In definitiva, Madagascar non è molto differente dai peggiori film di Ben Stiller (che tralaltro doppia Alex nella versione americana): divertente se preso a piccole dosi, di una comicità fatta tutta di cadute, schiaffi e bucce di banana. Sarà che, come ho già detto, è un film più per bambini, ma se lo confronto, per esempio a Il re leone (ed il paragone c'è tutto) si notano chiaramente delle differenze qualitative enormi in termini di trama e di sceneggiatura in generale.
Se volete divertirvi senza la minima ombra di impegno psicologico, andate pure a vederlo, altrimenti lasciate perdere.
Mozione avanzata dall'onorevole SleepingCreep alle ore 9:21 AM. Se ne immischiano in 0.

martedì, settembre 13, 2005

- Senza Parole -

Ferro 3 - La casa vuota: Servono sul serio le parole, per descrivere le emozioni, le sensazioni, i sentimenti? L'amore, per esempio, necessita di frasi sdolcinate e carinerie per dirsi tale? Riuscireste a descrivere il mondo senza l'uso della voce? Kim Ki-duk ci prova. Ed a mio avviso ci riesce. A rischio di fare di questo film "uno dei capolavori del cinema muto". Ma non è il film ad essere muto, sono le parole ad essere logore, inutili.
La storia è allucinante, anormale, già dall'inizio: Tae-suk non ha fissa dimora, non ha un lavoro, non possiede nulla a parte qualche vestito ed una moto. Vive piazzando volantini pubblicitari sulle porte, ma questo non è il suo lavoro. Se lo fa è perchè così può constatare se le persone che abitano lì, sono o meno in casa.
Il giorno dopo, entra nelle abitazioni vuote e ci vive fin quando i proprietari non rientrano. Non ruba o distrugge nulla, non è nè un ladro nè un vandalo: vive solo ai margini, sulle spalle degli altri, ma neanche tanto (fa anche il bucato e ripara gli oggetti non funzionanti). Un giorno come altri entra in una grossa villa. Ma non è solo. Sun-hwa, silente nel suo dolore, incastrata in un rapporto di coppia che di certo non vuole, con un marito che la picchia e da cui non vuol essere nemmeno toccata, giace immobile e lo osserva, inosservata. Quando lui si accorge di lei comincia il loro rapporto silenzioso: lui capisce istantaneamente, senza bisogno di comunicare e quando il marito di lei torna, lui gli da addosso a colpi di palline da golf scagliate con un Ferro 3 appunto. Tae-suk si porta via la donna e comincia la loro vita insieme, il tutto nella più completa afasia. E così, la vicenda scivola, lenta e silente, come un fiume verso il mare, fino ad una conclusione che non ti aspetti, tra cani orrendi e pestaggi epocali.
Di certo questo film è atipico: per sentire i primi dialoghi si deve aspettare che la pellicola giri da un bel po' sul vostro schermo. E forse in questo sta la magia: ti aspetti che da un momento all'altro ci sia quella maledetta battuta, che qualcuno provi a pronunciare una parola . Che non viene mai. Perchè per fare arte, non servono parole, ma emozioni.
Mozione avanzata dall'onorevole SleepingCreep alle ore 1:22 PM. Se ne immischiano in 1.

lunedì, settembre 12, 2005

"Mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata"


Massimo Volume - Lungo i bordi: ad ascoltare quest'album ci vuole poco. Come ogni disco basta inserirlo nel proprio lettore e parte la musica. Il punto è cosa esce dallo stereo, cosa vi entra nelle orecchie: a gettare le fondamenta di questa complessa struttura, c'è Primo Dio. É subito tutto palesemente chiaro: un basso tesissimo, opprimente, una chiatarra lasciata a ripetere lo stesso arpeggio all'infinito e che poi si lascia andare con dei tuffi al massimo del delay. Tutti suonano come se suonare fosse l'ultima cosa che rimane loro da fare. Poi, d'un tratto, si erge la voce, quasi inattesa. Le corde vocali di Emidio Clementi non cambierranno mai espressione, non canteranno mai, non proveranno nemmeno ad intonarsi alla musica intorno. E tuttavia, sempre più, mentre scorrono le tracce, prendi coscienza che quelle note neanche potrebbero essere pensate senza quelle parole. Ti passano davanti storie, vita urbana di persone, di gente, spruzzi di situazioni e di anime qualunque che passeggiano lungo i bordi della vita, del tempo. Le tracce scorrono senza nessun accenno allo skip, sarebbe un sacrilegio privare dell'ascolto anche quei brevi siparietti come "Frammento 1" o "Da qui", che contengono poco più che una frase: ogni goccia di questo distillato di vita e di musica è un'emozione unica, preziosa, imperdibile. E dunque è davvero arduo individuare una "perla più rara": chi scrive, non lascia mai a casa il pensiero di quest'album, delle sue melodie, delle sue frasi. E dunque, di tutte, probabilmente preferisco quella col testo più angosciante, che ti fa sentire tutto il peso dell'angoscia contenuta in questi 39 minuti: La notte dell'11 ottobre è dunque forse il classico pezzo che porterei su un'isola deserta. Ma con enorme rammarico. Inverno 85, difatti, colpisce al cuore con la sua aria da inno degli sfigati, con quella frase ad effetto, con la citazione di Wicked Gravity. É pauroso come parole pronunciate riguardo situazioni così semplici, ingenue, banali quasi, possano essere imbastite tanto da raggiungere una potenza tale da raggiungere anche l'ascoltatore più distratto. La musica è attenta, precisa, indissolubilmente legata all'atmosfera dei testi: il parlato la colora, la sfuma, o viceversa, è terribilmente difficile capirlo. Il tutto senza scadere nel virtuosismo, senza mai risultare stucchevole o manierista. Tutto sembra parte di un progetto organico che ha nel basso le sue basi, nella voce il suo apice. Una struttura piramidale volta a lanciare un grido contro noia ed insoddisfazione per una vita che non si vuole accettare come viene.
Un album da avere, da possedere, da vivere e tenere dentro.
Mozione avanzata dall'onorevole SleepingCreep alle ore 10:13 PM. Se ne immischiano in 0.